cuoredichina
Il blog personale di MML alias Marco M. Lupoi: fumetti, libri, cinema, TV, viaggi nello spazio e nella mente, nonché l'immancabile altra faccia della luna.
07 aprile 2012
Life after love, in love.
Forse perché tendo a essere conciso, a pensare che in poco ci sta tutto. Anche se forse poi non è così.
Descrivere quest'ultimo anno, per esempio, per chi non mi ha seguito su Twitter, non si esaurisce in un tweet solo. Anche se potrei scrivere:
Un anno, un amore, tre traversate dell'Atantico, la Sicilia, la Slovenia, Londra. Cinquemila pubblicazioni (quasi). E cibo e lavoro e ingrassare e dimagrire e chiedermi tutto, dandomi risposte nuove. Ascoltare e parlare. Esserci, o provare a.
E cercare il proprio posto nel mondo... Il luogo dove si è a casa, dove c'è un fuoco a cui tornare, una luce nella notte, il calore, un letto da poco rifatto con le lenzuola che sanno di Marsiglia e lavanda, una gatta che fa le fusa tranquilla, un abbraccio che ti tiene e ti ripara nella notte, mentre fuori possono aggirarsi ogni sorta di fantasmi. Ma tu sei al sicuro. Al riparo. Vivo. Ma tu.
E se il posto nel mondo ce l'avevi e l'hai gettato via? Per infelicità, per follia, per la perdita momentanea del senso per una vertigine distruttiva, per quello che vuoi, ma l'ha buttato via, e ti sei illuso di poter vivere nel mondo, senza un porto fisso, senza un'ancora d'amore, senza un letto solo nostro.
Solo che quella fame d'amore è troppo forte, è la voglia di fare l'amore fino al cuore della notte e anche oltre, di condividere tutto, di cucinare assieme, fare la spesa, e comprare bicchieri di vetro rossi e padelle in ceramica e camminare mano nella mano e addormentarsi vicini e imparare tu la mia lingua e io la tua, io il tuo mondo e tu il mio.
E quindi il posto sulla terra lo cerchi ancora, che sia solo tuo ma aperto anche al tuo amore, cerchi di tornare a essere fuso un'altra persona ma senza perdere te stesso, a imparare a camminare uno a fianco dell'altro, nel mondo.
E dio come è difficile, come è irto di fantasmi. Questa storia odora dello stesso amore, dello stesso tenersi ed essere due bambini impauriti nel mondo e contro il mondo, che giocano a fare i grandi, odora dei pomeriggi d'estate in campagna e della cucina pregna di aromi nei sabato d'inverno. Sa del sale sulla pelle dopo un bagno, di un'attesa in aeroporto, di una notte tutta e solo di parole e di rabbia e di riconciliazione.
E allo stesso tempo, tutto è diverso. Sorvoli un altro territorio. Conosci altri sapori. Cucini altre cose, timidamente, forse goffamente, ma che sfamano ogni appetito, Le risposte sono diverse. Il gioco degli specchi ti riporta altre immagini. E' un gioco di musica, di canzoni, è la giovinezza, è la luce a nordest, è ballare a un concerto, è imparare a non avere paura, a essere condotto e condottiero, maestro e allievo. È la casetta verde davanti a casa tua, sono i ponti, le frontiere, i fiumi, che abbiamo attraversato assieme. Magari fermandoci a gettare via qualcosa, simbolicamente, uno scontrino del passato ormai non più rimborsabile, scaduto, che scompare nel vento, una sera, mentre ti tengo per mano.
28 settembre 2011
Sopra il cielo
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| Photo by BenODen http://www.flickr.com/photos/benoden/ |
Io vivo e Sergio non c'è più e conto le volte che l'ho incontrato e quanto poco sapessi di lui e lui di me, ma mi sentivo un po' figlio suo. In modo omeopatico, ma sì.
Chi un padre non ce l'ha avuto, non davvero, non come conta, le figure paterne o le cerca e le idolatra o le fugge,le svilisce, ne diffida. Io sono sempre stato sospeso tra le due cose, un gatto di Heisenberg emozionale. E con Sergio, per quei minuti delle volte che l'ho incontrato, quelle ore, forse, nei primi anni '90, mi sono lasciato guardingamente ammansire, soverchiato dal rispetto, dalla statura morale, dal genio di cui non potevo che sperare di essere apprendista di serie C.
Per questo, ora, piangendolo, penso ai giornalini di Zagor che divoravo da ragazzino, ai Nathan Never ai Dylan Dog. Ma sono personaggi, storie, per definizione, immortali, che leggeranno i figli dei nipoti dei nostri nipoti su chissà quale supporto olografico alta definizione 3D. Io piango l'uomo, quel poco, pochissimo, infinitesimo brandello di uomo che ha toccato la mia vita, facendomi pensare tante volte "a 80 anni voglio fare ancora i fumetti e farli come lui" ben sapendo che quel tipo di editoria, di imprenditoria che sovverte il business con il cuore e vince proprio grazie al cuore, non ha quasi diritto di cittadinanza nel 21esimo secolo e che Sergio è stato l'ultimo o uno degli ultimi gentleman del fumetto, che vedeva gli albi come storie, come la creazione del sudore e del sangue di autori e disegnatori, e non come numeri in un tabulato, con un segno + o - al fianco.
Un'editoria ancora pura, che si sostiene con le copie vendute, con l'amore dei suoi lettori, ricorrendo poco o nulla a merchandising e multimedia. Si sostiene con la qualità e con la pazienza, con il nerbo degli uomini e delle donne che la creano. Con l'amore di chi la legge. Un'editoria che nel ricordo di Sergio in qualche modo sopravviverà, adattandosi ai tempi, venendo a patti con il presente, ma ci sarà. Per lui. Per noi. Per la nona arte che chiamiamo nostra e che riempie di sogni i nostri sogni. Oggi. Sempre.
Addio, Sergio. Vivo. Vivi.
01 febbraio 2011
Ogni cosa è illuminata (cit)
Mentre il treno percorre la campagna francese, da Angouleme a Poitiers e poi oltre a nord, verso Parigi, con Ora di Lorenzo nelle orecchie. Guardo l’orizzonte e la leggera foschia dei giorni della merla, di un luminoso gennaio di inizio decennio , e penso e mi lascio guidare dalla musica e dalle parole.
Sono mesi che non bloggo. Il blocco del bloggatore. Eppure scrivo. Su twitter, soprattutto. Continuamente. Dico la mia, faccio la telecronaca dei miei passi, e duetto e cinquetto con amici e amiche virtuali e/o reali, o un po’ tutti e due le cose.
E se ci si abitua a dire tutto in 140 caratteri ti viene quasi il panico davanti al foglio di Word bianco, in cui di caratteri puoi metterne 1.000 o 10.000 o 100.000. Argomento: quello che vuoi tu. Scadenza di consegna; nessuna.
Oggi, nella pianura, a mille chilometri da casa, a trecento chilometri all’ora (e quanti al secondo?), cose e idee in ordine sparso.
Un periodo di lavoro intenso, un’onda di progetti che si espandono su ogni latitudine e tema, la sensazione di non avere abbastanza ore nel giorno per fare quello che devo e quello che voglio, e mi limito quindi a quello che posso, giostrandomi tra riunioni, chiamate, e-mail, presentazioni, proposte, business plan. Per un fumetto che diventa sempre più globale, trasversale, trans mediale.
Molto lavoro sui fumetti digitali, su quelli che scaricheremo da iTunes, o dalla rete, ed è un lavoro improbo e difficile. Il fumetto è un’esperienza totale, tattile, persino olfattiva. Tutti ci dicomo “go digital”, e ci si imbarca in un percorso difficilissimo per temi di licensing e diritti, in cui moltissimi autori o editori rifiutano il passaggio al digitale (ignorando il fatto che –piratati – ci sono online quasi tutti i fumetti del mondo).
E non parliamo di iTunes che applica la morale puritana americana a tutto, obbligandoci a censurare qualsiasi centimetro di pelle nuda o a escludere a priori dal nostro sistema qualsiasi fumetto un seno nudo (e sono un bel po’!). O del fatto che un fumetto online (o un libro) sia considerato un prodotto multimediale e non editoriale, con IVA al 15% anziché quella ridotta che si paga per giornali e pubblicazioni.
E questo percorso a ostacoli per poi andare a creare applicazioni che incassano qualche DECINA di euro al mese, o anche meno, ma con l’idea di una crescita esponenziale nei prossimi anni.
Alla quale sono il primo a credere, ma solo se si riuscirà (come?) a frenare la pirateria che ha distrutto alcuni settori dell’audiovideo, stremato l’industria musicale, e potrebbe anche modificare (e ridurre) la produzione fumettistica, finché almeno non si tratteranno i downloaders illegali come i delinquenti che sono (se rischio l’arresto per il furto di un libro in libreria, perché si tollera il furto di contenuti solo perché dematerializzati e digitali? Sempre furto è).
E sempre in tema di lavoro, decido di fare di nuovo il redattore di una collana, dopo quindici anni di assenza, e torno a curare un mensile, i FANTASTICI QUATTRO. Un po’ per caso e un po’ perché negli anni ’90 era una delle collane più vive con un traffico di corrispondenza coi lettori (cartacea all’epoca) davvero da brivido. E poi viene l’onda di notizie sul fatto che i USA si è deciso di ammazzare uno dei quattro, e il mensile dei FQ da collana un po’ di secondo piano diventa una di quelle da non perdere, con le storie iperscientifiche, quantistiche, universali di Jonathan Hickman, scrittore indy reclutato per rilanciare la più antica collana Marvel con un’infusione di nuove idee, personaggi, situazioni. Decido di metterci dentro come appendice anche SHIELD, l’altra collana di Hickman, dedicata alla storia segreta del Marvel Universe: protagonisti Leonardo Da Vinci, Galileo, gli antichi egizi, Nostradamus: una serie imprevedibile e originale, che parla dell’architettura alchemica e matematica, dell’elemento umano e super umano nella macchina, che l’autore sta intessendo in tutto quel che scrive.
Fuori dal lavoro, un altro anno, un altro decennio. Passi che si muovono, parole, nella corrente o controcorrente. Aspettare l’alba e guardarne i colori. Fotografare il mio viso che a volte è stanco e a volte no, con la barba che si allunga e si accorcia a seconda del tempo che ho per passare dal barbiere, con gli occhi che parlano e dicono sì, no, forse, ascolta, ti prego, ti amo, ciao, addio, a seconda.
Senza contare i passi, libero sotto le nuvole.
02 novembre 2010
Il giorno dei morti, l'oltraggio
Mi scrive Matteo, un mio amico, verso le 19.00 stasera. Matteo è di Castelmaggiore, è un economista, gli piace camminare, mangiare il gelato, lavora all'ufficio ricerche di Unioncamere, ed è gay. E oggi mi scrive “I miei genitori sono scandalizzati dalla nuova minchiata di Silvio. Mio padre lo vuole menare. E' necessario fare qualcosa. Porta il paese alla rovina totale.”.
Ci penso su un attimo, e poi penso che è un meraviglioso incipit, una chiosa a una giornata come questa. Un giorno in cui l'Italia è andata sott'acqua, la spazzatura ha continuato a seppellire Napoli, problemi come disoccupazione e de-industrializzazione hanno continuato a seminare il loro cancro, ma il paese si è dovuto occupare monocraticamente del nostro premier e delle sue intemperanze senili, e di una odiosa battuta omofoba. Che ha insultato i milioni di italiani che sono gay o sono padri e madri e fratelli e sorelle e amici di gay e di lesbiche, e che non possono accettare di essere paragonati a B, messi su un piatto della bilancia che ha dall'altra parte le attenzioni lubriche del premier per prostitute minorenni.
Perché il problema, caro Silvio Berlusconi, il problema non è il "guardare le belle ragazze". Facessi solo quello, saresti solo un attempato guardone, un pedofilo che ha bisogno di “carne fresca” per accendersi. No, Il problema è che le ragazze o meglio le ragazzine, tu le compri, le sfrutti, le trasformi in carne da macello, ne decidi il destino, come vuoi, con il potere usato a scopo personale, per fini oscuri che possiamo solo immaginare. Ecco. Meglio gay. Meglio 100 volte essere gay. E' più onesto più degno più umano. Grazie di avercelo ricordato, Silvio
Quello che hai detto, quello che si è saputo di te in queste settimane, ha acceso la rabbia di tanta gente. Più del processo Mills. Più del Lodo Alfano. Più delle ville di Antigua e del debito internazionale di Antigua miracolosamente cancellato. Perché quello che è successo, nel bene o nel male, ci tocca tutti nella carne, nel cuore, più da vicino. Ti sei rivelato scopertamente bugiardo, disposto a sovvertire istituzioni e legge pur di aiutare una minorenne con cui avevi avuto chissà quali trascorsi, delle cui parole, chissà, avevi paura. E hai scandalizzato e ferito molti, moltissimi italiani. Che delle legge hanno rispetto. Che non andrebbero mai con una prostituta, men che meno minorenne. E che devono occuparsi di un mutuo, di debiti, di disoccupazione di problemi reali, e non del tuo bunga bunga, dei tuoi festini a base di sesso e chissà cosa altro. Che magari ti hanno votato, ma stavolta si sono stancati, si sono sentiti feriti, abbandonati.
Quindi in un qualche modo la frase sui gay oggi è stata riparatoria. Volevi dire, come ha sottolineato anche Guzzanti stasera, “meglio puttaniere che frocio”. Un messaggio inviato alla pancia di un elettorato rozzo, ignorante, basico, invidioso del tuo patrimonio, del tuo potere, delle belle donne (prezzolate, ma tant'è) che ti ronzano attorno. Il tuo elettorato di base, quello su cui puoi sempre contare.
Ma a volte si fa il passo più lungo della gamba. Offendendo i gay hai offeso anche i loro padri, le loro madri, i loro amici, tutti coloro che sanno distinguere chi comunque vive a testa alta le proprie scelte e sa pagare il prezzo per la propria felicità, e chi si nasconde nelle ville a fare mercimonio del corpo altrui e del destino altrui. Ed è ancora un concetto basico, il bene contro il male, la viltà contro l'orgoglio, la dignità contro la mancanza di rispetto. Tu contro di noi. Ecco Silvio.
E chi vince, stavolta?
PS Oggi è l'anniversario della morte di Pasolini. Sarebbe bello averlo qui, sentire cosa avrebbe da dire oggi. Ma forse, chissà, magicamente, se ci fosse sempre stato in questi anni, forse non saremmo sprofondati così in basso, in questi abissi della civiltà e dell'inconsapevolezza in cui oggi viviamo, o meglio, diciamo di essere vivi.
08 settembre 2010
Sunset at the end of earth
Ma ho scritto tante cose, questa estate.
Ho scritto di cieli impossibilmente azzurri e 5.500 chilometri Bologna- Svizzera – Finisterre e ritorno, della montagna perfetta, del dio del ghiacciaio, di quel che si perde e di quel che si guadagna. Ho scritto di danze sotto la pioggia, nel sole, in auto, di musica, e canzoni, e lacrime, e risate. Ho scritto del tramonto più a occidente d'Europa, e di quello che ti regala, in quel supremo istante di lucidità prima del crepuscolo.
E di come al ruotare dei mesi, al compimento di un giro della terra completo sul sole, anche la vita inizia a scivolare nuovamente, a trovare un suo solco, un suo respiro. E che si possono guardare le stelle in una notte incredibilmente limpida, senza albedo, tra le montagne, e dire sì, cavolo, sì.
Sì.
Poi.
Quindi.
C'è sempre il mondo. Il mondo che va avanti.
La politica, in Italia. L'ignobile cagnara su Fini, che lo rende simpatico a chi ha votato PCI finché c'è stato e continua a votare PD (ma pensa di smettere, salvo imprevisti).
E poi lo strappo di Fini, con un discorso da candidato premier, di prima.
E il PD anchilosato, moribondo, morto, confessionale, senza voce, senza idee, che distribuisce chicche come il sindaco di Ravenna che proibisce il naturismo a Lido di Dante (principale motivo di interesse turistico del luogo, della serie, shoot yourself in the foot). O come la regione Emilia Romagna che candida Silvia Noé (contraria ad aborto, pillola Ru486, matrimoni gay, testamento biologico) alla carica di presidente della commissione pari opportunità. O come il partito di Bologna che pare stia per candidare a sindaco un ennesimo personaggio d'apparato senza smalto. Insomma, ci siamo capiti. Il PdL affonda e il PD invece di buttarsi all'attacco si barcamena in ipotetiche alleanza con l'UdC. Senza capire che la creazione di una destra liberale e non berlusconiana riallinea e sconvolge tutto, e scardina alla base anche molte ragioni di essere dei democratici stessi.
Insomma. Ci siamo capiti.
E fuori dal piccolo mondo italico c'è il mondo largo, il mondo degli altri paesi. Di chi lotta e chi no. Delle vittime e dei carnefici. Delle donne da lapidare e degli omosessuali da impiccare. Delle maree nere e di chi ci guadagna milioni (o miliardi). Un mondo complesso, connesso, leggibile e indecifrabile, che mai potremo vedere tutto, che ci sarà sempre, là fuori, con i suoi cammini e i suoi sentieri, le sue città e le sue campagne, tutte uguali, tutte diverse, popolate da gente che parla tutte le lingue, pensa tutti i pensieri, e sogna sempre, ogni sogno, anche i più arditi, anche quelli impossibili.
Un mondo, tanti mondi. Anche stanotte. Anche qui.
03 agosto 2010
North by Northwest, giorno 0
Dopo che sono stato in Spagna a seppellire i miei fantasmi e a ballare sotto il sole e sotto la luna e a cercare le mie verità. Dopo tanto lavoro, tante parole, dopo un viaggio in USA ancora una volta di lavoro e ricerca.
Ecco.
Inizia agosto.
Mentre cuciniamo, io, i miei vicini, e il mio amico fotografo impareggiabile Totò Pagano, ci scappa uno scatto casuale.
Sono io. Intento ad addentare un'oliva, in cucina. E l'obiettivo del mio amico fotografo mi cattura fuori da ogni posa. Assorto a mangiare qualcosa di verde, con una polo verde addosso e un fazzoletto verde in mano. In una luce notturna calda e acida.
All'antivigilia della partenza di un nuovo viaggio, in una notte clemente, in cui l'amicizia si stempera nel vino nella birra nelle parole, nella complicità e nell'indignazione. Si concretizza nell'essere quattro esseri umani di tre diversi retaggi uniti dalla notte, da Bologna, dal cibo, dal fresco del quinto piano di via Rappini. Sembra di essere da un'altra parte, in un altro spazio, in una città immaginaria, in un sogno sognato da altri sognatori. Ma in una casa finalmente priva di fantasmi, in cui solo il soffio di Emma continua a sfiorare le piante, il limone, il basilico, le more, ma in cui la vita tace, si raddrizza, si acquieta. E quindi è bello pensare che dopodomani si parte, che si percorre l'Europa verso nord e poi nordovest, verso la fine della terra, se ci si riesce, cambiando cinque lingue, quattro nazioni, lo stesso cielo, lo stesso mondo. Viaggiando. Sì, viaggiando.
21 giugno 2010
Above us only sky
La terra era marrone scuro, compatta, piena di sassi, radici. Abbiamo scavato con una zappa e una vanga, dandoci il cambio, due minuti a testa. Alla fine ci siamo messi in ginocchio e abbiamo finito il lavoro con le mani; e quel cielo infinito e implacabile sopra di noi, solo azzurro e nuvole e luce e un temporale in potenza e tutto il dolore del mondo, del nostro mondo, in quel corpicino avvolto in un lenzuolo bianco, il corpo di Emma, il corpo della nostra gatta.
Un dolore così è come un fiotto di sangue inarrestabile che parte dalle orecchie, dai canali lacrimali a fianco del naso e arriva ai piedi, e nel mezzo ci sono la pancia, i polmoni e il cuore, e hai l'impressione che sia tutto liquido, che il corpo sia liquido e bollente e che non ci sia un confine alla pena, allo strazio.
L'amore per un animale non passa per il cervello, non ha nulla di intellettuale. E' tutto istinto, è tutta emozione. Un gatto è la parte più segreta e misteriosa di noi, quell'andare-verso che rimane un restare-soli, un annusare e un abbracciare e un restare diffidenti. Un gatto è l'enigma della vita, non è mai nostro, è il nostro coinquilino, il nostro ospite desiderato, invincibilmente indipendente. E' il nostro amore.
E quando muore, quando dobbiamo dargli l'ultimo addio, quando gli diamo l'ultimo bacio, l'ultima carezza, e gli teniamo la mano sul costato mentre si addormenta per l'ultima volta, muore una parte di noi, muore quel pezzetto della nostra vita che ha respirato con lui, che infinite volte ha camminato per casa, sul terrazzo, ha dormito su divani, letti, pile di golfini, tappeti, vasi, scatole di scarpe.
Ed è un lutto che non ti aspetti, un'onda che ti travolge. Il cervello può minimizzare, può mettere in prospettiva, ma la pancia e il cuore ululano, gridano, impazziscono, per la perdita di un essere che ci ha accompagnato, cullato, accarezzato, e che si è presa magicamente cura di noi, in infinite notti, in infinite giorni, vegliandoci e proteggendoci con una magia che mai capiremo, ma che è antica di millenni, ed è il patto segreto tra l'animale domestico e l'uomo.
Emma come tutti i gatti aveva le sue peculiarità, le sue idiosincrasie, e nel ricordarla mi sembra davvero di ricordare una persona, unica nell'universo, unica nel mio cuore. Emma mi svegliava tutte le mattine, con tecniche raffinate che andavano dal leccarmi la pelata al gettare per terra con le zampe le pile di fumetti sul comodino, o gli occhiali.
Emma non si limitava a mangiare con la ciotola, ma prendeva il cibo con le zampe e se lo portava al muso, quasi fosse un umano, quasi volesse imitare i suoi due padroni, i suoi genitori. E questo rendeva l'angolo delle sue ciotole un perenne caos di resti di cibo, che pazientemente andavano lavati e scrostati.
Ma questo era l'unico difetto della nostra gattina, che per tutto il resto si comportava in maniera esemplare: non miagolava, non si faceva le unghie sui mobili (preferendo una delle piante del terrazzo, sui cui ora resteranno per sempre i resti di dieci anni di convivenza felina). Disdegnava il cibo umano, e si poteva lasciare qualsiasi tipo di carne o di pesce sulla tavola o sul lavandino, certi che non avremmo trovato mai Emma intenta a mangiarselo.
Emma se ne stava a dormire, da sola o in nostra compagnia, sulle nostre pance e le nostre ginocchia, salvo i momenti in cui usciva in terrazza, forse saliva sul tetto, e si dedicava ai misteriosi passatempi dei gatti domestici: stare appostata a controllare piccioni e corvi, dare la caccia ai pipistrelli, mangiare le foglie, restarsene appollaiata a controllare chissà cosa, enigmatica e sola, eppure sempre presente, un'essenza che in ogni istante sentivamo nella casa.
A volte si infilava nel guardaroba, e ogni volta che si usciva di casa il rituale era andare a controllare se non fosse rimasta chiusa dentro, come parecchie volte era successo, una addirittura per 24 ore.
Emma era così. Emma era il nostro amore. Non c'è altro modo per dirlo. Emma sentiva il dolore, sentiva la tristezza, e veniva da te, a strusciarsi, a salire sulle ginocchia, a impastare con le zampe la tua pancia. Emma ti leccava le mani e il viso, se voleva. Emma sapeva salvarti la vita, sapeva dirti "vivi" quando ti sentivi morire, Emma era magica, dolce, sottile, discreta, ruffiana. Decideva chi gli piaceva e chi no, e snobbava certi amici e ne adorava altri, e si nascondeva durante le feste, salvo poi presentarsi verso la fine, a fare un giro, vedere chi c'era, dispensare qualche moina ai suoi preferiti, per poi tornare sul tetto o ai piedi del cipresso in terrazza, a guardare la luna.
Quando dopo sedici anni se ne è andata, portata via come capita quasi sempre da una nefrite, dalla perdita di funzionalità dei reni, il dolore mi ha travolto, ci ha travolti.
Adesso Emma riposa nella terra della casa sul Sillaro, ai piedi di una grossa roccia che sembra quasi un altare celtico, in mezzo a un bosco di querce. Abbiamo scelto un punto da cui si vede la valle, un piccolo quadrato di terra su cui abbiamo posto una lastra di pietra, qualche fiore di campo, un po' di muschio. E una sola parola incisa con un sasso: Emma. Solo questo.
E dopo il funerale, nella casa vuota, nel crepuscolo assolato di un 17 giugno impossibilmente luminoso, ho pulito per l'ultima volta le sue ciotole e sono uscito sul terrazzo che lei tanto amava, pensando che non sarebbe mai più stato lo stesso, che non avrei mai più potuto aspettarmi di vederla sopra un vaso, o accovacciata sul muretto a fissarmi.
E in quel momento l'ho sentita, ho sentito la sua presenza, ho sentito che c'era ancora, che non se n'era mai andata, che era pronta ad asciugare le mie lacrime, e a dirmi ancora una volta: vivi.





